Recensione: Vittorio Manes, Michele Caianiello, Introduzione al diritto penale europeo. Fon-ti, metodi, istituti, casi, Torino, 2020, pp. XX-352.


La locuzione “diritto penale europeo” – un tempo considerata alla stregua di un vero e proprio ossimoro – compendia e evoca una vasta serie di tematiche che, almeno negli ultimi decenni, hanno suscitato l’attento sguardo della dottrina e il vivo interesse degli operatori del diritto. Sebbene non sia facile confrontarsi con le novità che, fin in tempi recentissimi, hanno «messo in crisi alcune caratteristiche strutturali del “tradizionale” diritto penale», gli Autori offrono, in questo Volume, una ricostruzione ampia e articolata dei molteplici nessi intercorrenti tra il diritto nazionale e le fonti sovranazionali e internazionali: temi già cari agli Autori – Vittorio Manes e Michele Caianiello, entrambi Professori ordinari nell’Università di Bologna – che sapientemente esaminano in primo luogo il rapporto tra Unione europea e giustizia penale (Parte Prima) e, in seguito, il sistema convenzionale di tutela dei diritti umani (Parte Seconda).

La bipartizione del Volume, utile al lettore meno esperto per distinguere accuratamente le singole fonti e il loro impatto sul sistema nazionale, non produce però alcuna insuperabile divaricazione, ma rivela anzi la continua ricerca di interrelazioni e contaminazioni tra gli inputs derivanti dal duplice contesto della “Grande Europa” (Consiglio d’Europa) e della “Piccola Europa” (Unione europea). Ragioni che rendono il testo in esame di grande interesse non soltanto per il penalista, ma anche per – con termine ormai dal sapore vintage – il comunitarista.

Nella Prima Parte del Volume, viene in esordio (Sezione Prima) esaminato il delicato tema dell’influenza spiegata dal diritto dell’Unione europea sulle discipline penalistiche nazionali, sostanziale e processuale. Se per decenni si è affermato che alle Comunità europee non doveva spettare alcuna competenza in queste materie – scrupolosamente custodite nel cuore della sovranità nazionale –, è altrettanto innegabile che nemmeno il diritto penale si è potuto sottrarre all’incidenza delle fonti sovranazionali e alla loro riconosciuta primauté. Così, gli Autori esaminano il delicato tema dell’interpretazione conforme al diritto UE, operazione esegetica che la Corte di giustizia ha imposto al giudice nazionale – nella nota sentenza Pupino – anche per le decisioni-quadro (impiegate per “legiferare” in materia penale dopo il Trattato di Amsterdam) al pari di quanto accade per gli altri atti giuridici comunitari. Segue, poi, l’analisi dei presupposti e degli effetti della disapplicazione della disposizione interna contrastante con una norma UE dotata di effetti diretti: in tema, spicca la disamina di storiche pronunce della Corte di giustizia, quali le sentenze Placanica e El Dridi. Particolare attenzione è rivolta alla c.d. overlapping protection, ovvero alla fattispecie in cui si possa invocare la frizione tra la normativa penale e un diritto fondamentale, riconosciuto – secondo le dinamiche tipiche del multilevel constitutionalism – tanto dalla Carta costituzionale, quando in sede sovranazionale. La Sezione Prima è conclusa da una limpida ricostruzione della ben nota Saga Taricco, la cui «pagina finale» è stata scritta dalla Consulta con la sentenza n. 115/2018.

Nella Seconda Sezione della Prima Parte, viene esaminata la «lunga marcia del “diritto penale comunitario”», ovvero la progressiva acquisizione, attraverso le modifiche dei trattati, di competenze in materia penale da parte delle Comunità (prima) e Unione europea (poi) in materia. Come bene si evidenzia nel Volume, è stata la Corte di giustizia – con pronunce storiche, tra cui la celebre Mais greco del 1989 – a stimolare, una volta ancora, l’avvio di questo percorso, che ha avuto nei trattati di Maastricht (1992-1993) e Amsterdam (1997-1999) due snodi decisivi, che hanno consentito – seppur entro la cornice del terzo pilastro – un primo intervento europeo in materia penale. Gli Autori giungono così a illustrare, in opportuna chiave critica, i contenuti dell’attuale art. 83 TFUE e le principali caratteristiche delle due diverse tipologie di competenza inscritte in tale disposizione, ovvero quella cd. autonoma (ex art. 83, par. 1, TFUE) e cd. accessoria (ex art. 83, par. 2, TFUE).

La Terza Sezione, posta a chiusura della Parte Prima del Volume, è integralmente dedicata al «cammino della cooperazione giudiziaria». Ancora una volta, la prospettiva diacronica, adottata dagli Autori, consente di apprezzare come l’attuale esistenza di un vero e proprio spazio giudiziario comune costituisca l’esito di un percorso di continua e lenta evoluzione, che a periodi di slancio ha visto susseguirsi momenti di stasi. In quest’ottica, dopo aver dedicato un’attenta analisi al principio del reciproco riconoscimento, vengono esaminati in modo accurato i due strumenti di cooperazione più noti e diffusi: il mandato d’arresto europeo (MAE) e l’ordine europeo d’indagine penale (OEI).

Con riferimento al primo, una volta tracciate le coordinate essenziali e i profili di novità che il MAE ha significato per la cooperazione tra le autorità giudiziarie, gli Autori hanno inteso – in modo assai condivisibile – soffermarsi sul delicato tema della tutela dei diritti fondamentali dell’individuo sottoposto alla procedura di consegna: così, necessario oggetto d’indagine sono quelle sentenze della Corte di giustizia – RaduMelloniAranyosi e Căldăraru e Celmer – in cui il giudice lussemburghese, negli ultimi anni, è stato chiamato a un non facile bilanciamento tra esigenze di effettività e protezione dei diritti degli interessati.

Il Volume offre poi un inquadramento dell’OEI, lo strumento di cooperazione finalizzato alla raccolta e al trasferimento transnazionale delle prove. Anche in questo caso, all’esposizione di presupposti e funzioni, gli Autori hanno inteso accompagnare un attento esame degli aspetti critici emersi nelle prime occasioni di impiego dello strumento, ovvero la presenza di clausole di rifiuto da parte delle autorità cui la richiesta è diretta – così potendo frustrare, de facto, gli scopi dell’OEI – e la disparità nel rapporto tra accusa e difesa quanto all’attivazione della cooperazione.

La Terza Sezione contiene poi un’ampia disamina delle funzioni attualmente attribuite agli organismi della cooperazione – nello specifico, OLAF – nonché a Eurojust e, soprattutto, alla Procura europea (cd. EPPO): di quest’ultima, gli Autori, dopo aver messo in luce il background storico che ha condotto all’istituzione dell’Ufficio del Pubblico ministero europeo, offrono un quadro ricostruttivo completo, mediante una puntuale analisi del regolamento istitutivo del 2018.

La Parte Seconda del Volume è dedicata, come accennato, alle interrelazioni tra diritto penale (sostanziale e processuale) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). Dopo una necessaria premessa, che fornisce al lettore l’esatto inquadramento della CEDU e della Corte europea dei diritti dell’uomo nel contesto internazionale, viene affrontato il delicato tema del rango della CEDU e della giurisprudenza di Strasburgo nell’ordinamento nazionale. In quest’ottica, fondamentale è il riferimento alle pronunce della Consulta, a partire dalle storiche sentenze gemelle nn. 348 e 349/2007.

Dopo queste coordinate a carattere introduttivo – non per questo, però, meno ricche di richiami a giurisprudenza e dottrina –, la trattazione entra nel vivo nella Sezione Seconda, in cui, con taglio trasversale, vengono considerate alcune “chiavi di lettura” del sistema di tutela dei diritti umani. Di particolare interesse è la ricostruzione della nozione di “materia penale” fornita dalla Corte EDU: locuzione alla quale è stato assegnato un significato  – per utilizzare le parole degli Autori – tale da offrire «un primo prezioso contributo di novità nell’estensione delle garanzie penalistiche assicurando loro un margine di operatività anche al cospetto di illeciti formalmente diversi dal reato, o di sanzioni non qualificate come “penali”, ma contenutisticamente assimilabili all’illecito». Una volta analizzati i c.d. Engel criteria, il Volume propone un approfondimento in merito ad alcune conseguenze che l’applicazione di questa nozione in tali termini ha prodotto nell’ordinamento italiano, specie in materia di confisca e di esecuzione penale (in questo senso, basti richiamare la recentissima sentenza della Corte cost. n. 32/2020). Infine, non manca un esame in merito alle garanzie applicabili nel contesto delle misure di prevenzione, sia personali, sia reali, rispetto a cui vengono in rilievo decisive pronunce del giudice di Strasburgo – le sentenze De Tommaso e GIEM su tutte – la cui ricaduta sull’ordinamento interno è stata determinante.

L’ultima sezione della Seconda Parte si segnala per la costante ricerca degli Autori di condurre un’analisi delle libertà e delle garanzie – sia sostanziali, sia processuali – in chiave trasversale, accompagnando agli spunti tratti dalla giurisprudenza CEDU la disamina delle direttive dell’UE sulle medesime tematiche: si offre così al lettore, studioso o operatore giuridico, un quadro critico e completo dell’incidenza di queste fonti sul dato normativo nazionale. La sezione conclusiva del Volume si segnala dunque per particolare ricchezza, nonché per l’esame di tematiche di particolare attualità, quali – a mero titolo di esempio – quelle legate al divieto di trattamenti inumani e degradanti e ai relativi corollari (come il delicato profilo dell’emergenza del sovraffollamento carcerario o la travagliata introduzione, nell’ordinamento italiano, del delitto di tortura) o quelle connesse alla rilettura evolutiva di principi “storici”, quale il nullum crimen, nulla poena sine lege, su cui la Corte EDU si è soffermata con pronunce celebri, tra cui – per rilievo nazionale – si deve menzionare la sentenza Contrada. Non manca poi un ampio esame delle garanzie processuali, al cui rafforzamento sono state dedicate alcune recenti direttive europee: in questo senso, dunque, è assai interessante l’opera di giustapposizione e sintesi che gli Autori offrono rispetto alla duplice prospettiva, convenzionale da un lato, comunitaria dall’altro.

In chiusura, trova spazio anche una riflessione sulla progressiva emersione delle istanze di tutela delle vittime e, in particolare, al delicato problema degli obblighi positivi di tutela penale che dal sistema convenzionale potrebbero derivare in capo agli Stati membri: tema ricco di implicazioni e criticità, al quale gli Autori dedicano una attenta riflessione.

Come queste poche considerazioni dimostrano, il Volume, con cui gli Autori intendevano «offrire a chi si accosta al “diritto penale europeo” gli strumenti introduttivi per conoscere e comprendere le sue tappe fondamentali», fornisce al lettore un panorama completo ed esaustivo di tutte le principali tematiche legate all’interazione tra diritto penale e fonti sovranazionali. La ricchezza dell’apparato bibliografico, il continuo riferimento alla giurisprudenza delle Corti, le considerazioni critiche proposte dagli Autori costituiscono senz’ombra di dubbio validissime ragioni, per lo studioso del diritto dell’Unione europea come delle discipline penalistiche, per accostarsi alla lettura di questo testo.

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