L’uso del termine “unionale” anziché “dell’Unione” (o “comunitario”), ovvero quando le parole sono importanti


Ai più potrà essere sfuggito, ma per gli addetti ai lavori si tratta di una questione ormai nota. Sempre più spesso, negli ultimi tempi, si incontra nelle traduzioni italiane di atti giuridici dell’Unione il termine “unionale”, ad indicare ciò che – prima del Trattato di Lisbona – veniva designato con l’aggettivo “comunitario”.

Un esempio per tutti è la recente proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un codice unionale relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice frontiere Schengen), COM(2015) 8 def. del 20 gennaio 2015, anche se ormai le occorrenze sono assai numerose (solo sul sito di Eur-Lex, che raccoglie il diritto dell’Unione declinato nelle sue varie fonti, il termine compare più di 1000 volte, perlopiù in atti della Commissione europea).

La scomparsa dell’aggettivo “comunitario” costituisce, in un certo senso, la “cronaca di una morte annunciata”. Sul punto è intervenuto il Trattato di Lisbona, che – oltre a sancire una fondamentale riforma istituzionale, in base alla quale tanto la “Comunità europea”, quanto l’Unione fondata sul sistema dei “tre pilastri” ha lasciato il posto all’Unione europea intesa come complesso giuridico unico – ha previsto anche una riforma linguistica. L’articolo 2 del Trattato di Lisbona stabilisce infatti che, “nell’intero trattato”, i termini “la Comunità” o “la Comunità europea” siano sostituiti da “l’Unione”, e l’aggettivo “comunitario”, comunque declinato, da “dell’Unione”.

Non è chiaro come tale indicazione, proveniente nientemeno che dagli Stati in sede di conferenza intergovernativa, si sia potuta tradurre nell’uso del termine “unionale”, che oltre a non essere previsto dai trattati è anche – francamente – “brutto” (e certamente non elegante).

Invero, non è la prima volta che – in particolare in ambito (ex) comunitario, data la giovane età della relativa tradizione giuridico-linguistica – si assiste alla creazione di neologismi o comunque all’uso di termini relativamente nuovi (con la conseguenza, forse inevitabile, che il rischio di errori è alto – si pensi a un contributo di Alberto Predieri del 1996 in cui il diritto “metastatale” diviene a volte “metastale”).

Certo è che la piccola rivoluzione terminologica operata dal Trattato di Lisbona ha fatto discutere, anche in seno alle istituzioni dell’Unione (ma non solo), spingendo molti a chiedersi se la scelta operata dai trattati sia effettivamente la più condivisibile. Così, accanto a “unionale”, si attesta purtroppo sempre più spesso in dottrina e in giurisprudenza il termine “eurounitario”, mentre alcuni, forse più comprensibilmente, hanno preso in considerazione anche l’opportunità di appropriarsi (a livello di Unione) dell’aggettivo “europeo”.

A sorprendere, nel caso di “unionale”, è in realtà la provenienza, e l’avallo, istituzionale.

Fonti interne ai servizi di traduzione delle istituzioni UE deputate alla funzione legislativa (Commissione, Parlamento e Consiglio) confermano l’esistenza di “linee guida” condivise, in base alle quali l’uso del termine “dell’Unione” sarebbe la regola, mentre in via del tutto eccezionale, laddove necessario, dovrebbe ricorrersi appunto a “unionale”.

Ma è davvero necessario ovviare alla “morte di un aggettivo” con l’arbitraria creazione di un neologismo? L’esperienza di altri Stati membri vicini all’Italia per tradizione linguistica e giuridica sembra dire il contrario. In Francia, ad esempio, non si rinviene l’impiego di un termine analogo, e dove le traduzioni italiane dei testi giuridici dell’Unione utilizzano “unionale”, la versione francese si attesta più rigorosamente su “de l’Union”. Lo stesso può dirsi per lo spagnolo (“de la Unión”).

Peraltro, il termine non è neppure usato dalla Corte di giustizia dell’Unione, che, per quanto non partecipi (in senso stretto) della funzione legislativa, è probabilmente l’istituzione che con il suo servizio di traduzione più ha contribuito, negli ultimi cinquant’anni, alla creazione o promozione di un multilinguismo giuridico europeo.

Natalia Latronico

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