La nozione eurounitaria di “orario di lavoro”: premesse alla regolazione delle prestazioni a distanza


Come noto, una delle “vie” percorse dal diritto eurounitario per tutelare la salute e sicurezza dei lavoratori è quella di fissare prescrizioni e limiti all’orario di lavoro, consentendo a questi di beneficiare di periodi “minimi” di riposo. Tuttavia, la nozione di “orario di lavoro” contenuta nella direttiva 93/104/CE (oggi, 2003/88/CE) appare, almeno alla lettera, decisamente restrittiva o, comunque, parzialmente inadeguata all’evoluzione dei moderni e, al contrario, destrutturati, contesti organizzativi della produzione. Sicché, significativa quanto necessaria sembra l’evoluzione interpretativa perorata dalla Corte di giustizia ed evidenziata nel contributo, tesa a “minimizzare”, de facto, la sussistenza – o meno – della fattispecie e della connessa disciplina protettiva alla rilevazione dell’elemento di “autorità” (ossia essere a “disposizione” del datore di lavoro).

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As is known, one of the “ways” followed by EU law to protect the health and safety of workers is to set prescriptions and limits on working hours, allowing them to benefit from “minimum” rest periods. However, the notion of “working time” contained in Directive 93/104 /CE (today, 2003/88 /CE) appears, at least literally, to be decidedly restrictive or, in any case, partially inadequate to the evolution of modern people and, on the contrary , unstructured, organizational contexts of production. Therefore, the interpretative evolution advocated by the Court of Justice and highlighted in the contribution seems to be as significant as necessary, aimed at “minimizing”, de facto, the existence – or otherwise – of the case and the related protective discipline to the detection of the “authority” criterion (that is, being at the disposal of the employer).

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