La Relazione della Commissione europea sullo stato di Schengen 2026: tra diminuzione degli arrivi, aumento dei rimpatri e persistenza delle inefficienze statali

1. La recente approvazione del Regolamento rimpatri da parte del Parlamento europeo è stata accolta con diverse reazioni sul piano politico e da parte della società civile.

Dal punto di vista politico-istituzionale, il cammino verso la convergenza sul testo finale è stato sempre spiegato col contrasto all’immigrazione irregolare, della necessità di garantire un sistema di rimpatri più efficace ed efficiente e, più in generale, in nome della più ampia dimensione di sicurezza all’interno del quale il provvedimento si inserisce.

Tuttavia, tali assunti potrebbero essere posti in discussione dalla lettura della Relazione sullo stato di Schengen del 2026, recentemente pubblicata dalla Commissione europea. Si tratta di un documento annualmente pubblicato con l’obiettivo di offrire tanto un’informazione completa in merito a tutte le dimensioni dello Spazio Schengen, che per consentire un’azione di controllo da parte di tutti i soggetti potenzialmente interessati. Inoltre, alla luce della sua pubblicazione annuale, sono state (e saranno) definite le priorità che hanno caratterizzato (e caratterizzeranno) l’azione politica relativa allo spazio di libertà sicurezza e giustizia, senza frontiere interne.

La relazione si suddivide in due parti: una prima, che riguarda lo stato dell’arte nello spazio Schengen e che tocca i punti che sono considerati rilevanti per la gestione delle frontiere esterne, quali la politica dei visti, gli strumenti funzionali alla gestione integrata della frontiera esterna, i rimpatri considerati come base dell’integrità dello spazio Schengen, la cooperazione in materia di sicurezza interna. La seconda parte è rivolta al futuro, con l’attenzione concentrata sulla governance che dovrebbe essere sviluppata nel prossimo periodo: in questo caso, si guarda principalmente all’organizzazione della sua dimensione nazionale, anche alla luce dell’accesso degli Stati membri alle opportune misure finanziarie di supporto.

2. La lettura della prima parte fornisce delle informazioni particolarmente interessanti sul piano degli arrivi, dei rimpatri, dell’efficacia delle azioni realizzate e dell’efficienza dei sistemi previsti dagli Stati membri. Dal punto di vista degli attraversamenti della frontiera, emerge che, nel 2025, anno di riferimento dell’analisi, lo spazio Schengen è stato visitato da 790 milioni di persone, i visti rilasciati sono stati circa 10 milioni, mentre i cittadini di 60 paesi hanno beneficiato dell’esenzione del visto, i cui criteri di determinazione dovrebbero essere oggetto di prossima precisazione, secondo quanto si legge nella prima strategia dell’Ue in materia di visti. Il sistema di ingressi/uscite (cd. EES – entry/exit system), introdotto progressivamente e gradualmente in ottobre 2025 e divenuto pienamente operativo il 10 aprile 2026, ha registrato più di 60 milioni di ingressi e uscite. In questo caso, risulta interessante il dato dei respingimenti, pari a 30 mila, a causa del mancato soddisfacimento delle condizioni di ingresso. Di queste persone, 7 mila sono state respinte per aver raggiunto il periodo massimo di soggiorno (pari a 90 giorni su 180 giorni per quelli di breve durata), mentre 800 sono state considerate una minaccia per la sicurezza interna. Al di là di ogni altra considerazione, il dato è – dunque – che 800 persone sono state respinte perché considerate pericolose a fronte di 30 mila respingimenti complessivi, oltre che di 60 milioni di ingressi.

Se si guarda, invece, ai dati relativi agli ingressi irregolari, si apprende che «negli ultimi anni i rilevamenti di attraversamenti illegali alle frontiere esterne dell’UE sono diminuiti costantemente, scendendo a meno di 180 000, con un’ulteriore riduzione di oltre il 25% rispetto al 2024». La costante narrazione posta alla base dell’approccio securitario alla politica della migrazione e dell’asilo sembra ora, almeno parzialmente, posta in discussione, sia dal punto di vista numerico, che dal punto di vista della comparazione con gli anni passati. In questo caso, va sicuramente riconosciuto un ruolo all’implementazione tecnologica e al supporto finanziario e di personale fornito agli Stati membri meno organizzati dalla Commissione europea e, verosimilmente, dall’Agenzia delle guardie di frontiera e costiera europea (FRONTEX).

In tale contesto, emerge come il primo ostacolo al miglioramento ed al funzionamento soddisfacente ed efficacie del sistema, sia rappresentato dalle disomogeneità ancora presenti tra Stati membri e dalle disfunzionalità presenti all’interno dei sistemi nazionali. In particolare, viene evidenziato come la copertura della sorveglianza della frontiera e l’integrazione dei sistemi restino disomogenei all’interno dello spazio Schengen, tanto dal punto di vista delle attrezzature che della pianificazione strategica. Non si tratta di situazioni riconducibili al mero utilizzo di strumentazione adeguata, ma anche all’assenza di un approccio integrato della sorveglianza di frontiera, in particolare per quanto riguarda l’individuazione precoce degli arrivi illegali e la valutazione dei rischi in tempo reale. Per ciò che riguarda i piani per gestire possibili situazioni di emergenza, causate da un grande afflusso di persone, emerge che tra quelli che non avevano completato la loro formalizzazione o che non ne avevano testato l’attuazione, al punto da causare un vulnus nell’implementazione del sistema, compaiono Spagna, Grecia e Italia, tradizionalmente destinazione di grandi flussi di migranti.

3. La gestione della frontiera vede nel rimpatrio uno dei suoi strumenti essenziali. La lettura della Relazione consente di osservare come, ben 19 Stati Schengen, debbano ancora integrare le operazioni di rimpatrio con adeguate analisi dei rischi, in un sistema della gestione della migrazione e delle frontiere ove assumono un ruolo essenziale tanto le misure che la loro effettiva esecuzione. Al di là della perorazione dei propri interessi in sede europea, più difficile nel momento in cui il proprio sistema interno continui ad avere delle lacune, appare evidente che le mancanze di Grecia, Italia e Spagna vadano contro i propri interessi per una gestione ordinata del fenomeno. In particolare, «otto Stati Schengen non prevedono la possibilità di utilizzare il sostegno europeo, undici non contemplano il coordinamento con Frontex», mentre dieci non hanno consultato gli Stati membri limitrofi «per rendere le risposte collettive più rapide, più prevedibili e più coordinate in caso di pressioni».

Nel 2025, il miglioramento dell’efficacia dei rimpatri ha riguardato diciassette Stati Schengen, il che si è tradotto «in un maggior numero di rimpatri effettivi nel 2025, con un aumento del 19 % rispetto all’anno precedente»; il sostegno fornito da FRONTEX è stato pari «all’invio di 140 esperti in materia di rimpatrio, sostenendo 63 500 rimpatri effettivi, pari al 42 % del totale, dato che conferma la costante tendenza al rialzo osservata negli ultimi anni». In tale contesto, il rapporto evidenzia la discrepanza tra numero di decisioni di rimpatrio emesse e numero di segnalazioni di rimpatrio registrate nel sistema d’informazione Schengen, oltre che un inserimento non coerente e pertinente di informazioni. Pur se il rapporto omette dati sui possibili interventi giurisdizionali in merito alla legalità di tali decisioni, l’analisi compiuta dimostra che l’inefficienza denunciata dagli Stati membri potrebbe trovare origine nell’esercizio delle proprie mansioni da parte delle autorità statali o a causa dell’inadeguatezza dell’infrastruttura a utilizzata.

4. La seconda parte della Relazione è dedicata alla governance del sistema Schengen a livello nazionale e l’analisi conferma l’esistenza di un quadro estremamente variegato ed eterogeneo. Sul punto, si evidenzia «la necessità che gli Stati membri rafforzino i rispettivi quadri nazionali di governance Schengen, garantendo un coordinamento efficace, una chiara pianificazione strategica e il pieno allineamento tra le priorità nazionali, le esigenze operative e i finanziamenti dell’UE”. Questo perché «diversi Stati membri incontrano ancora notevoli difficoltà ad attuare efficacemente la governance Schengen», a causa di una situazione di frammentarietà, «con responsabilità ripartite tra più autorità e senza una chiara funzione di coordinamento centrale. Quanto riscontrato riflette un modello generale in cui l’attuazione di Schengen continua a essere gestita mediante accordi nazionali compartimentati, con un’integrazione insufficiente delle responsabilità, del coordinamento e della supervisione». Per porre rimedio a questa situazione, la stessa Commissione individua quattro elementi, che dovrebbero caratterizzare ogni modello di governance: i) un approccio coordinato, «che preveda la mappatura e il collegamento di tutti i portatori di interessi pertinenti, la chiara definizione dei ruoli e delle responsabilità a livello politico, amministrativo e operativo, l’istituzione di meccanismi formali di coordinamento e la designazione di un coordinatore nazionale Schengen dotato di un’adeguata autorità di controllo»; ii) un quadro globale e strategico «per definire una visione coerente a medio e lungo termine per il funzionamento dello spazio Schengen, sulla base delle strategie settoriali esistenti»; iii) una visione in grado di tradurre «gli obiettivi strategici in misure concrete con tempistiche chiare, responsabilità assegnate e risorse adeguate, garantendo un’attuazione strutturata»; iv) capacità adeguate «che consentano di attuare efficacemente gli obblighi Schengen».

5. In conclusione, la Relazione sottolinea come i rimpatri e gli arrivi di persone in posizione irregolare siano in diminuzione, grazie al massiccio ricorso alla tecnologia nella gestione rafforzata delle frontiere, alla cooperazione con FRONTEX e nonostante le evidenziate disfunzionalità tutt’ora esistenti in ogni profilo – dalla gestione dei visti, a quella dei rimpatri, a quella dei controlli delle frontiere, fino alla governance esistente – coperto dalla Relazione. Dovesse tale situazione persistere, non solo il funzionamento dello Spazio Schengen continuerebbe a patire situazioni di disfunzionalità, ma anche la corretta applicazione delle disposizioni correlate al Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, dovuta a partire dal 12.6.2026, sarebbe seriamente in discussione.