Silenziata definitivamente la stazione radiofonica Klubrádió, uno degli ultimi baluardi della libertà di espressione e di stampa in Ungheria


Lo scorso 9 febbraio in Ungheria si è consumato l’ennesimo attacco alla libertà e al pluralismo dei media, uno dei quattro pilastri a presidio dello Stato di diritto (cfr. Relazione sullo Stato di diritto 2020. La situazione dello Stato di diritto nell’Unione europea). Il Tribunale di Budapest, infatti, con una pronuncia le cui motivazioni appaiono – alla luce dei primi commenti della stampa (cfr., tra gli altri, A. Tarquini, Addio all’ultima radio libera dell’Ungheria. Il direttore: “Orbán ci ha chiuso perchè lo abbiamo criticato, in La Repubblica, 14 febbraio 2021; L’Ungheria restituisca le frequenze sospese a Klubradio”: lettera dell’Ue contro la decisione di togliere la licenza a radio che critica Orban, in Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2021; M. Eder, Hungarian Opposition Radio Pushed Off Air by Court Ruling, in Bloomberg, 9 febbraio 2021) – del tutto pretestuose, ha confermato la decisione del Consiglio dei media ungherese di chiudere definitivamente Klubrádió, l’ultima, superstite, emittente libera ed indipendente in Ungheria.

La notizia della chiusura della stazione radio ha suscitato immediatamente molto clamore, non soltanto tra l’opposizione politica ungherese, ma anche – come si vedrà nel prosieguo – a livello sovranazionale.

Per comprendere le ragioni dell’ampia risonanza di una simile decisione, è bene premettere brevemente alcuni cenni in merito alla storia dell’emittente, evidenziando i plurimi tentativi di censura già perpetrati nei suoi confronti dall’esecutivo ungherese guidato da Viktor Orbán nel corso degli ultimi anni.

Klubrádió nasce nel 2001 a Budapest; si proponeva al pubblico quale radio indipendente, interessata alla libera trasmissione dei contenuti più vari e trasmetteva, inizialmente, sull’intero territorio nazionale, servendosi di dodici diverse frequenze. Sviluppava pertanto, fin da subito, un forte seguito soprattutto tra i giovani studenti, con un target medio di ascoltatori al di sotto dei trentacinque anni.

Tuttavia, a partire dalle elezioni del 2010 – che portavano alla vittoria i conservatori di Fidesz – l’emittente cominciava gradualmente ad entrare nel mirino dell’esecutivo, divenendo vittima di una serie di pressioni, imputabili alle posizioni apertamente critiche espresse nel corso delle trasmissioni sull’operato del governo Orbán (cfr. E. Hinsey, The New Opposition in Hungary, in New England Review, 2012, p. 134 ss.).

Un primo tentativo ordito per silenziare Klubrádió aveva contemplato un netto taglio dei fondi per la pubblicità, costringendo l’emittente a rivolgersi al proprio pubblico per ottenere risorse mediante raccolte fondi. Ancora, nel 2011, il Consiglio dei media negava l’estensione della licenza della radio per due anni – nonostante diverse sentenze a favore di Klubrádió in merito – per poi essere costretta a tornare sui suoi passi a causa della forte pressione pubblica, concedendo nel 2013 una licenza di trasmissione della durata di sette anni (cfr., per un approfondimento sul tema, L. Bellucci, La sindrome ungherese in Europa. Media, diritto e democrazia in un’analisi di Law and Politics, Milano, 2018, p. 71-73 ss.).

Dunque, fino a pochi giorni fa, Klubrádió era riuscita a sopravvivere ai duri colpi sferrati nei suoi confronti, pur vedendosi costretta a subire una sensibile riduzione dello spazio di trasmissione; nell’ultimo periodo, infatti, le sue frequenze erano state limitate alla sola area della capitale Budapest (continuando, tuttavia, a raggiungere, mediamente, oltre 500.000 ascoltatori per programma).

I fatti così sinteticamente esposti costituiscono la premessa della decisione qui in esame che rappresenta l’atto finale di una lunga serie di tentativi di imbavagliare l’emittente. Dopo più di dieci anni di intimidazioni, il governo Orbán è riuscito nel suo intento – tutt’altro che velato – di silenziare definitivamente la dissenziente e “scomoda” Klubrádió.

Nel settembre del 2020, infatti, Il Consiglio dei media ungherese – della cui indipendenza dall’esecutivo si è dubitato fin dalla sua istituzione nel 2010 (Istituito con la Legge LXXXII del 10 agosto 2010. Sul punto V. Carlino, Ungheria: le autorità indipendenti e la “democratic erosion”, in Nomos, 2019, p. 21 ss.; J. Jakubowicz, Analysis and Assessment of a Package of Hungarian Legislation and Draft Legislation on Media and Telecommunications, commissionato dall’Ufficio dell’OSCE sulla libertà dei media, Varsavia, 2010, p. 11 ss. e, anche, Risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2011 sulla legge ungherese sui media, lett. d) ss.) – decideva di revocare la licenza all’emittente. In particolare, veniva imputato a Klubrádió un ritardo di tipo amministrativo, ovvero di non aver comunicato tempestivamente alle autorità governative la relazione in merito alle quote di musica e alle notizie mandate in onda; relazione, questa, che i media hanno l’obbligo di trasmettere con cadenza settimanale, secondo quanto stabilito dalla controversa legge ungherese sui mezzi di comunicazione introdotta subito dopo la vittoria di Fidesz (Legge CLXXXV del 31 dicembre 2010, c.d. Media Act, modificata con la Legge XIX del 2011; sul punto M. Bánkuti, G. Halmai, K. L. Scheppele, From Separation of Powers to a Government without Checks: Hungary’s Old and New Constitutions, in G.A. Toth (a cura di), Constitution for a Disunited Nation: On Hungary’s 2011 Fundamental Law, 2012, p. 257 ss.; L. Bellucci, La sindrome ungherese in Europa, cit., p. 61 ss.).

Come anticipato, della questione è stato poi investito il Tribunale di Budapest che, lo scorso 9 febbraio, ha confermato la pronuncia del Consiglio dei media (cfr., per le argomentazioni utilizzate del Consiglio dei media, “As I am a lawyer, I believe in the rule of law” – The case of Klubrádió seen by the President of the Media Council). La motivazione della decisione appare, in maniera piuttosto evidente, giuridicamente inconsistente (cfr., per le prime considerazioni riportate dalla stampa, Klubradio chiusa, l’Ue si appella a Budapest: «Motivazioni discutibili». E la redazione si sposta online, in il Messaggero, 15 febbraio 2021; G. Alfieri, Orban spegne Klubradio, l’ultima radio indipendente d’Ungheria, in Policy Maker, 14 febbraio 2021). Basti considerare in tal senso che, a causa di un mero cavillo burocratico, si è giunti all’estrema conseguenza di costringere un emittente alla chiusura, quando – in applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 185 ss. della Legge CLXXXV del 2010 – le sanzioni dovrebbero ispirarsi ai principi di progressività e proporzionalità, tenendo conto di tutte le circostanze del caso e dello scopo della sanzione e, pertanto, sarebbe stata probabilmente sufficiente una sanzione meno afflittiva (in tal senso cfr. Parlamento europeo, Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, documento di lavoro 3 sulla situazione dei diritti fondamentali: norme e pratiche in Ungheria, p. 12). La decisione risulta assumere poi un carattere ancora più pretestuoso se si tiene conto del fatto che – come riferito dal direttore dell’emittente Mihalj Hardy – la stessa infrazione è stata commessa, senza le medesime conseguenze, anche da altre radio ungheresi; radio che però, a ben vedere, sostengono posizioni allineate all’operato dell’esecutivo.

Così, a vent’anni dalla sua prima trasmissione, Klubrádió, allo scoccare della mezzanotte del 15 febbraio 2021, è stata costretta a lasciare per sempre l’etere. Ciononostante, il suo proprietario, András Arató, non si è dato per sconfitto. Klubrádió, infatti, non è rimasta in silenzio, ma ha fin da subito continuato a far sentire la propria voce tramite una piattaforma digitale, dalla quale, come primo atto, è stato simbolicamente trasmesso l’Inno alla Gioia (che, come noto, è l’inno ufficiale dell’Unione europea).

Arató, nel frattempo, ha anche già annunciato la propria intenzione di proporre impugnazione alla Corte Suprema ungherese avverso la sentenza del Tribunale, dicendosi poi pronto fin da ora – in caso di un eventuale esito negativo dell’appello – a rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Egli ritiene infatti che la scelta della chiusura forzata della sua emittente sia emblematica non soltanto di una evidente compressione delle libertà di espressione e di stampa in Ungheria, ma anche di una grave forma di discriminazione rispetto alle altre stazioni radiofoniche, colpevoli, anch’esse, di aver commesso le medesime infrazioni di Klubrádió senza ricevere, come detto, la medesima sanzione.

Reazioni immediate contro la decisione dei giudici di Budapest, come anticipato in apertura, sono pervenute sia dai partiti di opposizione ungheresi – soprattutto dal Movimento Momentum, secondo cui in Ungheria è oggi in corso una soppressione sistematica delle voci indipendenti, sia dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, che ha dichiarato: «Un’altra voce messa a tacere in Ungheria. Un altro giorno triste per la libertà dei media».

Non è mancata, inoltre, anche una chiara presa di posizione dall’Unione europea a sostegno di Klubrádió. La Commissione – secondo quanto riferito dal portavoce Christian Wigand durante la conferenza stampa online del lunedì successivo alla chiusura – si è rivolta “via lettera” alla rappresentanza permanente ungherese a Bruxelles, chiedendo che le frequenze sospese «on the basis of highly questionable legal grounds» possano continuare ad essere utilizzate dall’emittente, evitando che si possa verificare un «irreparable damage» alla stazione radio. Wigand ha aggiunto poi, esprimendo preoccupazioni sulla situazione dei media ungheresi, che l’Ungheria, quando applica le norme UE sulle frequenze «should respect the EU’s Charter of fundamental rights, including the rights to freedom of expression, information, and the freedom to conduct a business».

Del resto, è il caso di ribadire che la Commissione ha da tempo esternato importanti preoccupazioni in merito, in particolare, alla situazione relativa alla libertà e al pluralismo dei media in Ungheria (Cfr. Relazione sullo Stato di diritto 2020. Capitolo sullo Stato di diritto in Ungheria, cap. III). In particolare, dall’attenta attività di monitoraggio compiuta per la redazione della suddetta relazione già emergeva che gli organi d’informazione indipendenti ungheresi incontrano sistematicamente ostacoli e intimidazioni e che vi è una evidente e preoccupante tendenza all’acquisizione del loro controllo. Inoltre, non era poi passata inosservata all’esame della Commissione anche la mancanza di indipendenza dal governo dell’Autorità nazionale dei media, così come i gravi rischi che il pluralismo dei mezzi di comunicazione corre a causa alla concentrazione mediatica creata dalla Fondazione centroeuropea della stampa e dei media (KESMA).

Quello di Klubrádió, infatti, non rappresenta un caso isolato nel panorama dei media ungheresi, ma soltanto l’ultimo grave episodio di numerose precedenti operazioni di epurazione. Basti ricordare in tal senso i due esempi più eclatanti. Innanzitutto, va menzionato il caso di Népszabadság, la più importante testata giornalistica del Paese, che smetteva improvvisamente di pubblicare nel 2016, formalmente per questioni di carattere economico. In realtà, la chiusura appare imputabile ad una censura del governo per silenziare quello che allora costituiva il principale e più autorevole quotidiano di opposizione a Orbán (cfr. R. Krakovsky, Illiberal democracies in Central Europe, in Études, 2019, p. 9 ss.) Altro grave, allarmante, episodio accadeva l’anno scorso, quando Szabolcs Dull, il direttore del principale giornale online Index.hu, veniva licenziato per aver denunciato i rischi per l’indipendenza del giornale dopo che la metà delle quote della società editrice erano state acquistate da Miklos Vaszily, imprenditore vicino a Orbán.

In conclusione, l’episodio in commento rappresenta un ulteriore e grave attacco sferrato al pluralismo e alla libertà dei media in Ungheria: ciò è un chiaro segnale del fatto che da parte del governo ungherese non si prospetta in alcun modo un’inversione di rotta. In Ungheria si continuano a compiere in maniera – di fatto – indisturbata violazioni gravi e manifeste delle libertà fondamentali dei cittadini; a nulla pare dunque siano serviti tutti i noti strumenti posti in essere fino ad oggi dalle istituzioni dell’Unione europea per imporre il rispetto dei principi fondanti lo Stato di diritto (sul punto cfr., tra i molti, B. Nascimbene, Lo Stato di diritto e la violazione grave degli obblighi posti dal Trattato UE, in questa Rivista, 2019; A. Rosanò, The Battle of evermore, ovvero considerazioni sui meccanismi attivabili dall’Unione europea per la tutela dello Stato di diritto, in SIDIBlog, 19 ottobre 2018; K.L. Scheppele, D. Vladimirovich Kochenov, B. Grabowska-Moroz, EU Values Are Law, after All: Enforcing EU Values through Systemic Infringement Actions by the European Commission and the Member States of the European Union, in Yearbook of European Law, 2021; A. Circolo, Il rispetto dei valori fondanti dell’Unione e l’attivazione della procedura di controllo alla luce delle recenti vicende di Polonia e Ungheria, in DPCE online, 2019).

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