Quale futuro per l’adesione alla CEDU dopo il parere negativo della Corte? Il negoziatore dell’UE prende tempo


All’indomani del parere 2/13  dello scorso 18 dicembre, con il quale la Corte di giustizia si è pronunciata negativamente in merito al progetto di adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) siglato il 5 aprile 2013, restano numerosi interrogativi, in particolare con riferimento al futuro di un’adesione della cui opportunità si discute da decenni e che, dopo un negoziato di circa tre anni, sembrava ormai prossima. Una risposta sul futuro dell’adesione è stata invero sollecitata da due membri del Parlamento europeo, avvalendosi dell’art. 130 del regolamento parlamentare, ai sensi del quale «ciascun deputato può rivolgere interrogazioni con richiesta di risposta scritta al Presidente del Consiglio europeo, al Consiglio, alla Commissione, al Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza». Il 13 gennaio 2015, il romeno Traian Ungureanu, membro del Partito Popolare Europeo, ha chiesto alla Commissione di esprimere la sua posizione in merito al suddetto parere e ai prossimi passi da compiere per garantire l’adesione dell’UE alla CEDU. La stessa strada è stata seguita il 28 gennaio dall’italiano Enrico Gasbarra, membro del Partito dei socialisti e democratici, il quale ha domandato alla Commissione di indicare come «intenda rispondere alle osservazioni avanzate dalla Corte di Giustizia nel parere e in particolare quali strumenti giuridici preveda di mettere in atto nei prossimi mesi». La replica della Commissione dello scorso 24 marzo, sopraggiunta oltre il termine di sei settimane previsto dal regolamento del Parlamento, per il suo carattere evasivo ha offerto la conferma del completo senso di spaesamento suscitato dal parere della Corte, vera e propria legal bombshell (v. qui). L’istituzione europea, invero, non mette in dubbio che, sulla base del potere conferitole dallo stesso  mandato ricevuto dal Consiglio il 4 giugno 2010, sia suo compito proseguire i negoziati con gli altri Stati del Consiglio d’Europa, ma, dopo aver ribadito che occorrerà rinegoziare il progetto di accordo di adesione a seguito del parere della Corte, sottolinea la necessità di un «periodo di riflessione per esaminare il modo migliore di procedere». La Commissione, pertanto, dimostra la volontà di riaprire i negoziati, ma al tempo stesso la consapevolezza del compito estremamente arduo che, quale negoziatore cui spetterà riscrivere l’accordo in modo da superare le censure della Corte di giustizia, le è stato affidato (v. qui). Sembra poi voler rasserenare gli animi laddove anticipa che le modifiche del progetto di accordo di adesione che l’UE dovrà chiedere si limiteranno allo stretto necessario per conformarsi alle prescrizioni supplementari discendenti dal parere 2/13. A tal riguardo, però non si può non considerare che “le prescrizioni supplementari” cui fa riferimento la Commissione traggono origine, in realtà, da problematiche inerenti alla peculiare natura giuridica dell’Unione europea. Si ricorda, infatti, che, come giustamente osservato (v. qui), la Corte di giustizia, nel suo parere, ha messo in discussione il presupposto stesso dell’adesione, ovvero l’assoggettarsi ad un controllo esterno «on an equal footing with the other High Contracting Parties». A prescindere dall’opportunità di giungere ad un accordo di adesione che neutralizzi  qualsiasi controllo esterno da parte di Strasburgo (tale sarebbe, secondo i primi commentatori, (v.qui) l’accordo richiesto dal parere), sbloccare il processo di adesione sarà quanto mai arduo per le istituzioni, anche tenuto conto del fatto che difficilmente gli Stati terzi saranno disposti ad accettare tutte le modifiche che il parere prescriverebbe. Se la soluzione di procedere ad una revisione dei Trattati per “aggirare” i rilievi sollevati dalla Corte (v. qui e qui) pare remota, quello che è certo «di fronte all’“arroccamento” intransigente della Corte» è che dovrà essere la politica ad attivarsi per uscire da una situazione di impasse (v. qui). Una futura “riscossa” delle istituzioni politiche (v. qui) e una riapertura dei negoziati sembrerebbe quindi l’unica strada percorribile, considerato che l’adesione è prescritta dal Trattato di Lisbona ex art. 6, par. 2 TUE e che, pertanto, non sarebbe del tutto infondato ipotizzare che il mancato operato delle istituzioni possa essere censurato con un ricorso in carenza (v. qui ). Ed invero ciò che occorre sottolineare è, da un lato, l’attenzione posta al problema da parte del Parlamento europeo, che si era già espresso positivamente in merito al progetto di adesione, e, dall’altro lato, la volontà della Commissione di mantenere i suoi poteri di negoziatore in merito all’adesione.

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