L’accordo di cooperazione tra la Commissione europea e l’UEFA


In data 14 ottobre 2014 la Commissione europea e l’UEFA hanno sottoscritto un accordo di cooperazione in forza del quale si sono impegnate per i prossimi tre anni (vale a dire sino al 31 dicembre 2017) a rafforzare le loro relazioni nell’interesse di uno sviluppo sostenibile del calcio europeo e dello sport in genere e a scambiarsi informazioni, conoscenze e buone prassi su tematiche di interesse comune.

Il punto di partenza di tale accordo è costituito, da un lato, dalla constatazione che, al giorno d’oggi, lo sport non solo rappresenta una parte importante della cultura europea in grado di unire milioni di cittadini a prescindere dalla loro origine, ma è altresì in grado di apportare importanti benefici in termini di educazione, integrazione sociale e salute pubblica, oltre a rappresentare un settore economico in costante crescita in grado di contribuire alla realizzazione degli obiettivi tracciati dalla strategia Europa 2020; dall’altro, lato, dalla consapevolezza che lo sport si trova costretto ad affrontare nuove sfide e problemi quali la corruzione, le partite truccate, l’instabilità finanziaria, il traffico di esseri umani, l’utilizzo di sostanze vietate e la violenza dentro e fuori le arene sportive.

In quest’ottica, non mancano alcuni riferimenti specifici a questioni attualmente al centro del dibattito politico-giuridico tra l’Unione europea e l’UEFA. Il richiamo alla necessità di rafforzare le politiche volte alla formazione locale degli atleti, ivi compresa la promozione della duplice carriera, infatti, non lascia alcun dubbio sul fatto che le parti dell’accordo abbiano voluto fare riferimento sia alla regola UEFA sui giocatori localmente formati (c.d. home grown players rule), recentemente oggetto di un giudizio tutt’altro che positivo da parte di uno studio indipendente realizzato, su richiesta della Commissione, dalla University of Liverpool e dalla Edge Hill University, sia al tema della duplice carriera degli atleti, divenuta nel corso degli ultimi anni una vera e propria priorità politica dell’azione europea come testimonia l’esplicito riferimento nel piano di lavoro della Commissione in materia di sport per il 2014 – 2017 alla preparazione di una relazione sullo stato dei lavori per l’attuazione degli orientamenti europei sulla duplice carriera. Analogamente, l’esplicito richiamo non solo all’importanza della stabilità finanziaria delle società sportive, ma anche alla disciplina UEFA sul fair-play finanziario quale strumento in grado di contribuire allo sviluppo sostenibile e di lungo periodo dello sport in Europa non può non essere letto nell’attuale contesto politico-giuridico che vede la norma principale relativa alla disciplina sul fari-play finanziario (la c.d. break-even rule) oggetto di una denuncia alla Commissione e di un’azione risarcitoria davanti al tribunale di Bruxelles per sospetta contrarietà alla disciplina in materia antitrust.

Significativo, inoltre, appare il riferimento alla necessità di rafforzare il dialogo sociale in materia di sport quale strumento per assicurare la protezione dei diritti fondamentali, la parità di genere, la lotta contro ogni forma di razzismo, xenofobia, omofobia e discriminazione e la tutela dei diritti dei giovani atleti.

Sul versante della rilevanza più propriamente economica dello sport, si segnala il richiamo all’importanza in tale settore dei diritti di proprietà intellettuale e alla conseguente necessità di assicurare un’efficace tutela di tali diritti.

L’attuazione pratica di tale accordo è rimessa, nel contesto del già menzionato dialogo sociale tra la Commissione europea e l’UEFA, ad incontri bilaterali, con cadenza di almeno uno all’anno, tra il Direttore Generale responsabile per lo sport o un suo delegato (Commissione) e il Segretario Generale o un suo delegato (UEFA) oltre alla possibilità di ulteriori incontri tra funzionari delle due parti.

Dopo la dichiarazione congiunta Almunia-Platini del 2013 sugli aiuti di Stato e il fair-play finanziario, il presente accordo segna un’ulteriore, fondamentale tappa nella collaborazione e nel confronto costruttivo tra la Commissione europea e l’UEFA. I tempi dello scontro aperto e dell’incapacità di dialogare del primo periodo successivo alla sentenza Bosman sembrano ormai lontani. Sennonché il rischio che un’eventuale pronuncia della Corte di giustizia circa l’incompatibilità con il diritto dell’Unione europea della regola sui calciatori localmente formati o sul fair-play finanziario possa riaccendere antichi contrasti è tutt’altro che remoto, a conferma del fatto che, a quasi vent’anni dalla sentenza Bosman, il punto di equilibrio tra la natura di attività economica dello sport professionistico e l’indiscutibile specificità dell’attività sportiva non può dirsi ancora definitivamente raggiunto.

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