Il Parlamento europeo respinge la mozione di censura della Commissione europea


Nell’indifferenza dei media nazionali, ieri il Parlamento europeo ha respinto la mozione di censura della Commissione con 461 voti contrari, 101 favorevoli e 88 astensioni. La maggioranza richiesta per l’accoglimento, fissata dall’art. 234 TFUE, era dei due terzi dei voti espressi e della maggioranza dei membri dell’aula (ovvero 376 deputati).

A presentare la mozione di censura sono stati 76 eurodeputati (tra i quali, per citare i movimenti più numerosi, gli inglesi dello UKIP, i francesi del Front National, nonché i leghisti ed i pentastellati nostrani, promotori, quest’ultimi, dell’iniziativa), esattamente la quota minima richiesta dall’art. 119 del Regolamento interno del Parlamento europeo. Un tentativo analogo era stato esperito anche dalle forze diametralmente speculari dell’arco legislativo, ovvero il gruppo della Sinistra europea che, però, non aveva raggiunto il numero minimo necessario di firme.

Al centro delle critiche si trova(va) il Presidente Juncker – anche se, ex art. 17 par. 8 TUE, l’approvazione della mozione di censura avrebbe implicato le dimissioni dell’intera Commissione: il principio di collegialità, al netto di alcune prassi recenti, è ancora saldamente tutelato dai Trattati. Già al momento della sua nomina, peraltro, Juncker aveva ricevuto aspre critiche da Londra, che avevano impedito, per la prima volta nella storia, il raggiungimento dell’unanimità nella scelta del Presidente.

La mozione di censura era basata sullo scandalo del fisco agevolato lussemburghese, scoppiato proprio il giorno dell’insediamento della nuova Commissione in seguito a documenti pubblicati da un consorzio internazionale di giornalisti e probabilmente trafugati da una società di consulenza privata. La difesa pubblica del Presidente, già ministro delle finanze del Granducato dal 1989 al 1995 e dal 1995 al 2013 Primo ministro, era basata essenzialmente sull’asserita natura indipendente dell’amministrazione che stabiliva le aliquote fiscali “agevolate”; l’armonizzazione delle politiche fiscali degli Stati membri, d’altronde, è proprio una delle sfide a cui è chiamata la nuova Commissione e la configurabilità di tali agevolazioni come aiuti di Stato vietati ex art. 107 TFUE non è, poi, del tutto immediata.

Certo è che la figura del Presidente e l’autorevolezza della Commissione escono ridimensionate dalla vicenda. In un ordinamento come quello dell’Unione europea, dove il potere esecutivo è frammentato tra tanti soggetti a diversi livelli, sembra fondamentale la capacità di assumersi responsabilità politiche controllando, di conseguenza, l’esercizio delle questioni tecniche demandate ad autorità indipendenti. Mai come oggi, infatti, l’azione dell’Unione deve essere coerente e coesa per vincere le sfide poste dall’attuale situazione socio-economica – e, forse, per garantire la sopravvivenza dell’Unione stessa. Al nuovo piano di aiuti alla crescita, dunque, l’arduo compito di riportare consenso dalle parti del Berlaymont.

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